Categoria: Note

  • Sollicciano non è solo una questione di muri

    “La presentazione di un opuscolo e un dibattito domenica alla festa di Sinistra Progetto Comune”


    Sinistra Progetto Comune

    Il nostro gruppo consiliare sta seguendo dalla nascita le attività del gruppo Foucalut. Rilanciamo quindi la nota stampa.

    «Da mesi incontriamo persone detenute e personale, visitiamo gli istituti penitenziari fiorentini, raccogliamo problemi e proviamo a individuare soluzioni concrete. È una politica dei “piccoli passi”, che non confonde la gradualità con l’immobilismo: nel carcere anche un intervento apparentemente piccolo può incidere sulla vita quotidiana di chi ci vive e di chi ci lavora.

    Il problema è che il dibattito pubblico su Sollicciano sembra non riuscire a uscire dal solito schema: chiuderlo o non chiuderlo. Una discussione ormai quasi esclusivamente edilizia, nella quale rischia di scomparire la questione essenziale: come vivono oggi le circa 450 persone detenute a Sollicciano?

    Si può discutere per anni del nuovo carcere, della ristrutturazione, della chiusura o della permanenza dell’attuale struttura. Ma nel frattempo le persone continuano a vivere lì. E le loro condizioni di detenzione non possono essere considerate una variabile dipendente dai tempi della politica, dei finanziamenti o dei cantieri.

    Per il Gruppo Foucault il punto è semplice: il carcere non è un problema immobiliare. È un problema di diritti. E l’articolo 27 della Costituzione non entra in vigore quando sarà pronto il nuovo edificio.

    Per questo continueremo a occuparci di Sollicciano e della realtà penitenziaria fiorentina, mantenendo aperto il confronto con detenuti, operatori e istituzioni. Non soltanto sulle celle e sugli spazi, ma sulle condizioni complessive della vita detentiva, sulle misure alternative, sul lavoro, sulla salute, sulle relazioni con la città e sulla possibilità concreta che la pena non si trasformi in una semplice sospensione della vita.

    È anche il senso del dibattito “L’esecuzione penale davanti alla Costituzione: il caso di Sollicciano”, in programma domenica alle 18 alla festa di Sinistra Progetto Comune. Ne discuteranno Sara Nocentini del Gruppo Foucault, Michele Passione, avvocato, Giovanni Maria Pavarin, Garante dei diritti dei detenuti di Trento e già magistrato di sorveglianza, ed Enrico Vincenzini, presidente di Antigone Toscana. Introduce e coordina Francesco Pini di Lady Radio. Un confronto che parte da Sollicciano, ma riguarda una questione più ampia: che cosa significa dare attuazione alla Costituzione nel momento dell’esecuzione della pena.

    In questo percorso si inserisce anche Castigo e Delitto. Anche il carcere è città, il primo Quaderno del Gruppo Foucault, distribuito in questi giorni, in edizione limitata, alla festa di Sinistra Progetto Comune. Il Quaderno sarà presentato pubblicamente dopo la festa e vuole contribuire a riportare il carcere dentro una discussione politica e civile che non si esaurisca nell’alternativa tra chiusura e permanenza di Sollicciano.

    Il 22 settembre la Corte costituzionale è chiamata a pronunciarsi sul ricorso relativo alle condizioni di detenzione a Sollicciano. È un passaggio importante, ma non può essere l’ennesimo appuntamento dal quale aspettare una soluzione definitiva a una situazione che definitiva non è mai stata.

    Aspetteremo la decisione della Corte costituzionale. Il 23 settembre, comunque vada, saremo ancora lì. Perché la condizione delle persone detenute non può essere messa in attesa della prossima sentenza, del prossimo progetto o del prossimo carcere».

  • Giustizia minorile, nuova visita al carcere Meucci

    “Il rapporto di metà anno di Antigone, diffuso il 5 agosto, conta 64.741 persone detenute per 46.343 posti reali, trentotto suicidi in sette mesi e 572 ragazzi negli istituti penali per minorenni”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune

    Domani, sabato 15 agosto, una delegazione del Gruppo Foucault (nato dal comune impegno sul carcere dell’Associazione Progetto Firenze e di Sinistra Progetto Comune) torna all’Istituto penale per i minorenni «Giampaolo Meucci», in via degli Orti Oricellari. Ci eravamo entrati il 27 aprile, e da quella visita è nata la relazione «Le pietre del Meucci». Ringraziamo fin da ora chi ci permette di svolgere il sopralluogo. Si torna a Ferragosto non per un gesto simbolico: agosto è il mese in cui scuola, volontariato e attività incontrano più fatica a proseguire, ma non si interrompe la detenzione. Due settimane fa, per lo stesso motivo, abbiamo nuovamente effettuato una visita alla Casa Circondariale di Sollicciano.

    Il quadro nazionale di recente è cambiato in peggio. Il 5 agosto Antigone ha diffuso il rapporto di metà anno: 64.741 persone detenute per 46.343 posti realmente disponibili, un affollamento del 139,7 per cento, trentotto suicidi nei primi sette mesi dell’anno, celle sotto i tre metri quadrati a persona nel quarantaquattro per cento degli istituti visitati, oltre il sessanta per cento della popolazione detenuta chiusa in cella tutto il giorno. Il piano di edilizia penitenziaria annunciato dal Governo prometteva diecimila posti in più: secondo Antigone, di posti se ne sono persi 424.

    Sul minorile i numeri dicono una cosa sola. Al 30 giugno 2026 negli istituti penali per i minorenni c’erano 572 ragazzi, e le presenze risultano cresciute del cinquanta per cento da quando è in vigore il decreto Caivano. I minori in carico ai servizi della giustizia minorile sono passati da 14.151 nell’ottobre 2022 a 17.833 nel giugno 2026. Nello stesso arco di tempo gli omicidi commessi da minorenni sono rimasti, secondo i dati raccolti da Antigone, tra i venticinque e i ventisette all’anno: non è cresciuta la criminalità, è cresciuta la reazione penale.

    È in questo quadro che il 23 luglio il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge sulla giustizia minorile. Il Ministro della giustizia lo ha riassunto così: «Non abbiamo abbassato l’età dell’imputabilità, abbiamo invertito l’onere della prova». Fino a oggi era chi accusa a dover dimostrare che un quattordicenne era in grado di capire quello che faceva; con la presunzione relativa di imputabilità tocca alla difesa dimostrare il contrario. Il testo, per quanto ricostruito dalla stampa, contiene anche nuovi poteri di divieto di assembramento e un aggravamento delle pene per il danneggiamento commesso in gruppo. L’Unione delle Camere Penali ha espresso «gravi dubbi di costituzionalità». Non stiamo dicendo che i reati commessi da minorenni non esistano o non vadano affrontati: diciamo che presumere la maturità di un ragazzo di quattordici anni serve a non assumersi responsabilità sociali come pubblico, mentre nessuno presume la responsabilità di uno Stato che quel ragazzo lo ha magari incontrato per la prima volta in un’aula di tribunale.

    Il filo con Sollicciano è diretto, vista l’età sempre più bassa di tanti nuovi ingressi nella principale Casa Circondariale del territorio.

    Le responsabilità, però, non sono solo del Governo nazionale.

    Sul ruolo del Comune e degli Enti Locali abbiamo avanzato molte proposte, alcune già approvate, altre in attesa di essere discusse.

    Stiamo inoltre predisponendo atti concreti da portare avanti nella società come Gruppo Foucault, che presenteremo una volta elaborato tutto quello che abbiamo avuto modo di verificare in queste visite.

  • Visita alla Casa Circondariale Gozzini, per continuare l’impegno tra carcere e città

    “Un’esperienza importante, molto distante da Sollicciano, nonostante sia praticamente di fronte”

    Gruppo Foucault

    Sabato 11 luglio 2026 una delegazione del Gruppo Foucault (composta da Emanuele Baciocchi, Antonella Bundu, Roberta Destrero, Grazia Galli, Massimo Lensi, Sara Nocentini, Dmitrij Palagi) ha effettuato una visita presso la Casa Circondariale Mario Gozzini, insieme a Fatima Ben Hijji e Stefano Cecconi dell’Associazione Pantagruel.

    Ringraziamo chi ci ha permesso di svolgere questo sopralluogo, durante il quale siamo stati guidati dal responsabile dell’area educativa e dal Comandante della Polizia Penitenziaria, potendo accedere a tutte le aree dell’istituto penitenziario.

    Al momento del nostro ingresso le persone presenti erano 108, a fronte di una capienza ordinaria intorno ai 74 posti (un affollamento del 146%). Di queste, 33 sono in regime di semilibertà e altre 16 escono quotidianamente con l’autorizzazione al lavoro esterno prevista dall’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario: quasi la metà dell’istituto, dunque, ha già un piede fuori dalle mura, anche se proprio nelle sezioni che ospitano queste persone il sovraffollamento risulta particolarmente forte.

    Una sezione è temporaneamente chiusa per i lavori necessari a installare le docce nelle stanze. C’è un refettorio per ogni sezione, il presidio medico è attivo ventiquattro ore su ventiquattro. Una volta al mese un magistrato di sorveglianza incontra le persone detenute che ne fanno richiesta, per agevolare autorizzazioni e istanze. In aula magna si tengono incontri periodici con la Direzione e la Polizia Penitenziaria.

    Nell’ultimo anno al Gozzini si è verificato un solo episodio di autolesionismo e nessun tentativo di suicidio. Sono numeri molto distanti da quelli di Sollicciano (nello stesso 2025: cinque suicidi, centotrentatré tentativi, milletrecentotré atti di autolesionismo). Non è la prova che al Gozzini ci siano persone “diverse” o “migliori”, ma che a fare la differenza sono le condizioni, l’apertura verso l’esterno, la possibilità concreta di lavorare, di studiare, di mantenere relazioni e responsabilità. Dove il carcere smette di essere solo separazione e prova a costruire un percorso, la sofferenza che a Sollicciano esplode in gesti estremi qui trova un argine. È esattamente ciò che dice l’articolo 27 della Costituzione quando afferma che la pena deve tendere alla rieducazione: al Gozzini quel principio, almeno in parte, prende corpo. Anche se deve essere ritenuto un punto di partenza, non di arrivo: i meccanismi di disciplinamento sono chiaramente forti anche in questo istituto e, soprattutto, si tratta di una bolla isolata da tutto il resto del sistema, come esemplificano gli importanti protocolli per impedire alle cimici o ad altri insetti di entrare insieme alla popolazione trasferita da altri istituti.

    La presenza degli agenti nelle sezioni è più discreta che in altre carceri, le persone possono muoversi con relativa libertà per raggiungere le attività e sono coinvolte nella manutenzione e nella pulizia degli spazi. Sono previsti colloqui con i familiari in spazi all’aperto e in stanze di socializzazione. Il Gozzini aderisce al progetto “Bambini senza sbarre”, che facilita la genitorialità e permette momenti di socialità anche di gruppo con i figli e le figlie.

    Gli agenti effettivi sono 36, pochi e con un’età media alta. Nel corso di un anno la popolazione dell’istituto cambia per il sessanta-settanta per cento, ci è stato riferito: un ricambio continuo che impegna in modo importante l’area educativa e la costruzione di progetti per accompagnare le persone fuori dal carcere.

    L’errore più grande sarebbe pensare che a pochi metri di distanza si fronteggino un carcere buono e uno cattivo: da una parte una discarica sociale, dove lo Stato scarica tutte le sue contraddizioni, dall’altra un’esperienza isolata che prova a difendersi dal resto, quasi fosse una premialità per chi ha meno difficoltà e maggiore integrazione con il territorio.

    A rendere ancora più fragile questo equilibrio c’è una prospettiva concreta. Al momento è solo un’ipotesi, ma poggia su basi solide: al Gozzini potrebbero arrivare quindici persone detenute trasferite da Sollicciano per effetto del sequestro delle sezioni. Basta leggere i numeri della capienza per capire cosa significherebbe. Quindici persone in più porterebbero le presenze da 108 a 123, intorno al 166% della capienza ordinaria — e con una sezione già chiusa per lavori i posti realmente disponibili sono ancora meno, quindi l’affollamento reale sarebbe superiore. Un carico che manderebbe in tilt anche il Gozzini, cancellando proprio quelle condizioni di apertura e sostenibilità che oggi lo distinguono. È la dimostrazione più evidente che nessuna “isola” è al riparo dalle scelte di sistema: il sovraffollamento non si risolve spostandolo di qualche centinaio di metri.

    E qui si apre la parte che riguarda il Comune di Firenze. Il modello del Gozzini vive di ciò che accade fuori: la semilibertà e il lavoro esterno funzionano solo se in Città ci sono lavoro, casa, servizi, presa in carico. Sono competenze comunali. Palazzo Vecchio non gestisce l’istituto, ma governa (direttamente o attraverso la Società della Salute e l’ASL Toscana Centro) la sanità territoriale, il reinserimento, l’accoglienza, il sostegno alla genitorialità che progetti come “Bambini senza sbarre” tengono in piedi. Molto potrebbe essere fatto anche per rafforzare i percorsi di formazione lavorativa in vista della fine della detenzione.

    Il Gruppo Foucault lavorerà su relazioni più specifiche nel corso dei prossimi giorni. Intanto invitiamo all’assemblea cittadina aperta prevista per domani, martedì 14 luglio 2026, alle 18:30, ai Giardini di Viale Tanini, al Galluzzo.

  • Sollicciano, nello scontro tra poteri dello Stato non vanno dimenticate le persone detenute e chi vi lavora

    “Il Gruppo Foucault dopo la visita del 3 luglio 2026: sovraffollamento oltre il 150%, degrado nelle sezioni maschili, formazione quasi assente. Il conflitto istituzionale ricade su chi vive e lavora dentro il carcere”


    Nota stampa del Gruppo Foucault, presentata oggi in conferenza stampa.

    Venerdì 3 luglio 2026 una delegazione del Gruppo Foucault (Antonella Bundu, Roberta Destrero, Grazia Galli, Giulia Marmo, Emanuele Baciocchi, Massimo Lensi e Dmitrij Palagi) ha visitato la Casa Circondariale di Sollicciano, accompagnata dal Comandante del Corpo di Polizia Penitenziaria Massimo Mencaroni e dalla Vicedirettrice dell’Istituto Valentina Angioletti. La sensazione è quella di un fortissimo disorientamento: un conflitto tra articolazioni dello Stato che finisce per scaricarsi su chi opera all’interno del carcere e sulla popolazione detenuta. Proprio per questo ringraziamo la Direzione della Casa Circondariale per averci consentito di visitare tutte le aree che avevamo chiesto di vedere.

    L’attenzione si è concentrata sulle sezioni del reparto femminile, visionate integralmente, e su due sezioni maschili (la Quinta del Giudiziario e il Transito) considerate le più problematiche dell’intero istituto. Al momento della visita erano presenti 515 persone detenute, 423 al maschile e 92 al femminile, a fronte di una capienza fortemente ridotta per l’inagibilità di alcune celle e il sequestro di altre. Ci è stato comunicato ufficiosamente che le persone trasferite in altri istituti della Toscana erano 119. Il sovraffollamento resta palese, confermato anche dal fatto che sul Transito si riversa l’Accoglienza, interessata dai provvedimenti giudiziari: a fronte di una capienza ufficiale di 341 letti, parliamo di un sovraffollamento di circa il 150%. A questo si aggiungono i numeri pubblicati dai siti istituzionali sul personale (aggiornati al 5 luglio 2026): 9 educatori sugli 11 previsti, 27 amministrativi su 34, 408 agenti di polizia penitenziaria su 510.

    Le condizioni di vita al femminile sono certamente migliori rispetto al maschile, ma anche lì abbiamo verificato sovraffollamento e tensioni tra le detenute per la carenza di alcuni servizi interni: il lavoro intramurario retribuito (la cosiddetta mercede) sempre più raro, alcune limitazioni del servizio bibliotecario e le difficoltà nell’accesso adeguato ai servizi sanitari. Tra le presenti vi era anche una donna al quinto mese di gravidanza. Le ore d’aria risultano fortemente limitate, in fasce che vanno dalle 8:00 alle 11:00 e dalle 13:00 alle 15:00.

    Più preoccupante è la situazione della formazione professionalizzante. Nel femminile l’offerta si riduce sostanzialmente a un breve corso di trucco, della durata di circa un mese: mancano percorsi capaci di dare competenze reali per il reinserimento lavorativo. Non mancano invece, per quanto ci è stato riferito, alcune opportunità di studio: la scuola, un laboratorio di scrittura creativa (non attivo tutto l’anno) e la presenza di detenute che proseguono un percorso universitario, con orari preferenziali per l’accesso alla biblioteca. Anche nella sezione maschile i corsi professionalizzanti sono sostanzialmente assenti, mentre resta garantita la possibilità di proseguire gli studi fino alle scuole superiori.

    Non è un dettaglio organizzativo. Il carcere non può limitarsi a separare le persone dalla società: se si rinuncia a scuola, formazione, lavoro e relazioni con l’esterno, diventa un’istituzione che riproduce esclusione invece di costruire responsabilità e inclusione. L’articolo 27 della Costituzione afferma che la pena deve tendere alla rieducazione della persona condannata: quando formazione e lavoro restano marginali, questa finalità resta una dichiarazione di principio.

    A tutto ciò si aggiunge una povertà che il carcere tiene nascosta. Con la mercede sempre più rara, l’unica alternativa per procurarsi generi appena migliori è il sopravvitto, pagato però a prezzi ben più alti di qualsiasi supermercato. È il lato meno visibile della marginalità, e conferma quanto avevamo già scritto dopo la visita di aprile: Sollicciano risulta sempre più separato dalla città, e il carcere non può e non deve configurarsi come una discarica sociale funzionale alla gestione della sicurezza urbana. A nostro avviso è evidente che molte delle persone detenute avrebbero bisogno di percorsi diversi, e che la loro permanenza a Sollicciano è destinata a farle stare peggio, aggravando anche il lavoro del personale che, nei diversi ruoli, opera presso la Casa Circondariale.

    Nella Quinta sezione del maschile abbiamo constatato un peggioramento sensibile del degrado già presente a Sollicciano: muffe, vetri rotti, presenza di cimici, materassi a terra, bagni con infiltrazioni di acque scure, miasmi e perdite. Ci è stata consegnata una busta di cimici raccolte durante la notte in una cella: ci è sembrato importante che potessero arrivare, in sicurezza, dentro Palazzo Vecchio.

    Emerge un quadro che rende evidente quanto poco i diversi livelli istituzionali dialoghino tra loro. Comune, Regione, Ministero, Amministrazione penitenziaria e Ufficio scolastico non possono continuare a intervenire ciascuno nel proprio ambito, senza una strategia condivisa, su problemi che riguardano insieme istruzione, formazione, lavoro, servizi sociali e sanità. Per questo ci preoccupa apprendere che il tavolo per Sollicciano previsto in questi giorni è saltato, e che non se ne prevede una nuova convocazione prima di settembre.

    Sullo sfondo restano i nodi che avranno rilievo anche nazionale: il ricorso pendente davanti alla Corte costituzionale, che si pronuncerà il 22 settembre sulla questione sollevata dal Tribunale di sorveglianza di Firenze a partire dalle condizioni di detenzione a Sollicciano, e il sequestro giudiziario delle sette sezioni, con tutto ciò che ne deriva nella vita quotidiana dell’istituto. Rispetto a questo chiediamo che sia chiaro cosa si intenda fare, una volta dissequestrate, per ripristinare condizioni di detenzione rispettose della dignità di ogni persona secondo i principi costituzionali.

    La domanda è netta: esistono le condizioni per tornare rapidamente a una soglia minima di vivibilità, per la popolazione detenuta e per il personale che vi lavora? Il Gruppo Foucault pubblicherà nei prossimi giorni una relazione più completa, dopo la visita all’istituto Gozzini prevista per sabato 11 luglio 2026.

  • L’Istituto Penale per i Minorenni Meucci e il rapporto tra carcere e città

    «La relazione del Gruppo Foucault dopo la visita del 27 aprile 2026»


    Il 27 aprile 2026 una delegazione del Gruppo Foucault ha visitato l’Istituto Penale per i Minorenni Giampaolo Meucci, in via degli Orti Oricellari. La visita si inserisce nel percorso avviato dopo il sopralluogo a Sollicciano del 9 aprile, con l’obiettivo di costruire un rapporto diverso e più consapevole tra le istituzioni della città e i luoghi della detenzione.

    Alleghiamo a questa nota la relazione scritta concordata tra chi ha partecipato al sopralluogo. Ringraziamo chi ha rilasciato l’autorizzazione e il personale che ci ha accolto e accompagnato – la Direttrice, il Comandante della Polizia Penitenziaria, il Responsabile dell’Area educativa – insieme a tutte le persone presenti, come personale dipendente o a titolo volontario.

    Il Meucci occupa il complesso cinquecentesco di San Martino alla Scala, a pochi passi da Santa Maria Novella: un edificio che per secoli ha ospitato infermi, orfani ed “esposti”, e che racconta una relazione antica tra la città e le sue fragilità. Oggi ospita 24 ragazzi ristretti – con punte di 29 – a fronte di una capienza regolamentare di 17 posti: un tasso di sovraffollamento del 141%. Sul piano edilizio la struttura regge: ci sono laboratori, scuola, aule di musica, un laboratorio di pasticceria, quattro ragazzi inseriti in percorsi lavorativi esterni grazie all’articolo 21. Quello che si impone non è il degrado materiale, ma la detenzione in sé – la sottrazione della libertà, concreta e non eludibile – che interroga il senso stesso di un percorso educativo svolto in quelle condizioni.

    Il Gruppo ha rilevato alcune criticità precise e avanza proposte concrete: rafforzare i raccordi con la Società della Salute; costruire una presa in carico diretta dei minori stranieri non accompagnati da parte dei servizi comunali, superando la logica del mero affidamento alle associazioni; creare un sistema bibliotecario adeguato; valutare la ristrutturazione della palestra; avviare un banco dei materiali condiviso – strumento già proposto per Sollicciano – da attivare a partire dalle prossime visite.

    Quanto si osserva al Meucci non è separabile dal quadro nazionale. Il decreto Caivano (L. 159/2023) ha prodotto una crescita senza precedenti nella detenzione minorile: secondo l’VIII Rapporto Antigone sulla giustizia minorile Io non ti credo più (febbraio 2026), i ragazzi negli IPM sono passati da 381 a fine 2022 a 572 a fine 2025, con 9 istituti su 17 in sovraffollamento — un fenomeno mai registrato prima. Come osserva Antigone, non c’è un’emergenza criminalità minorile: c’è un’espansione della risposta penale. Il dato è confermato dalla letteratura accademica: la rivista Epidemiologia & Prevenzione ha documentato come il sistema minorile italiano — a lungo considerato un modello di tutela in Europa — rischi di trasformarsi in un luogo criminalizzante e patogeno. Non è una tendenza astratta: la vediamo anche al Meucci, dove il sovraffollamento e la carenza di raccordi istituzionali erodono dall’interno la funzione educativa che dovrebbe essere il cuore della giustizia minorile.

    Il Gruppo Foucault invita a partecipare alla prossima assemblea pubblica di metà maggio – di cui sarà data notizia a breve – per discutere le relazioni su entrambi gli istituti, confrontarsi con le realtà associative già operative al Meucci e a Sollicciano, e costruire insieme un piano di lavoro condiviso per i prossimi mesi.

    Relazione .pdf

  • Sollicciano al 153% di sovraffollamento: un carcere trattato come un “pieno a perdere”

    “Il Gruppo Foucault presenta i risultati della visita del 9 aprile. Proposte concrete e un’assemblea venerdì”


    Giovedì 9 aprile una delegazione del Gruppo Foucault – collettivo nato all’interno delle aree tematiche di Sinistra Progetto Comune, in collaborazione con l’associazione Progetto Firenze – ha visitato per oltre quattro ore la Casa Circondariale di Sollicciano. La relazione integrale viene presentata oggi in conferenza stampa.

    I numeri parlano da soli. Al giorno della visita i detenuti erano 562 (75 donne e 487 uomini) a fronte di una capienza regolamentare di 506 posti, di cui 136 non disponibili. Il tasso di affollamento reale si attesta al 153%. Una quota significativa proviene dalla cosiddetta “marginalità urbana”: persone coinvolte in reati di lieve entità, spesso connessi ad abuso di alcol e sostanze, i cui ingressi registrano picchi nei fine settimana. Il carcere continua a funzionare come discarica sociale.

    Le condizioni dell’istituto sono al punto di rottura. Estese macchie di muffa nera invadono numerose celle sia nel penale sia nel giudiziario, causando problemi respiratori. Le infiltrazioni d’acqua sono pervasive, il riscaldamento carente, i servizi igienici non funzionanti. La delegazione ha osservato direttamente i segni delle punture di cimici su diversi detenuti. A queste si aggiungono segnalazioni ricorrenti di ratti e piccioni all’interno dei reparti.

    La vera emergenza è la rassegnazione istituzionale. L’aspetto più allarmante non riguarda le singole criticità, ma la percezione – dopo aver Parlato con personale e popolazione detenuta – che Sollicciano sia ormai un “pieno a perdere” su cui non vale la pena investire. Questa dinamica di abbandono si autoalimenta e produce una progressiva separazione del carcere dalla società esterna.

    Servono proposte concrete, non nuovi dibattiti sulla demolizione. Ci confronteremo con chi quotidianamente opera dentro la Casa Circondariale per capire quali azioni immediate possiamo favorire, senza volerci sostituire ad associazioni, volontariato e articolazioni sociosanitarie. Nel frattempo il Gruppo Foucault avanza tre proposte operative: geotermia a bassa entalpia per la climatizzazione; impianti fotovoltaici sulle ampie superfici inutilizzate; un “Banco dei materiali” per il recupero e riuso di materiali edili destinati alle riparazioni in autorecupero. Tre interventi che, oltre a migliorare le condizioni di vita, genererebbero risparmi energetici sufficienti ad accantonare fondi per il risanamento delle coperture.

    La salute è il nodo irrisolto. Con 36 pazienti in degenza e un disagio psichico diffuso ben oltre i casi diagnosticati, le tutele sanitarie – in particolare quelle relative alla salute mentale – possono essere efficacemente garantite solo fuori dal carcere, come affermato dalla Corte costituzionale. Il personale educativo, sanitario e di polizia penitenziaria è gravemente sottodimensionato.

    Il Gruppo Foucault proseguirà il suo impegno, a partire dall’assemblea convocata per venerdì 17 aprile 2026, alle 18:00, presso la Casa del Popolo ARCI di San Niccolò.

    I PICCOLI PASSI DI SOLLICCIANO
    Relazione della visita del 9 aprile al carcere di Sollicciano

  • Sopralluogo a Sollicciano: per ribadire la necessità di un rapporto tra carcere e Città

    “Conferenza stampa di restituzione lunedì. Iniziativa promossa da Sinistra Progetto Comune e Gruppo Foucault”


    Sinistra Progetto Comune

    Giovedì 9 aprile. È in corso un sopralluogo nel carcere di Sollicciano per verificare i principali problemi dell’istituto e confrontarsi con chi a Sollicciano vive e lavora. La visita è stata organizzata dal gruppo di Sinistra Progetto Comune e dal Gruppo Foucault, un collettivo aperto sui temi del carcere.

    Fanno parte della delegazione: Grazia Galli (Associazione Progetto Firenze); Roberta Destrero; Emanuele Baciocchi (Associazione Progetto Firenze); Massimo Lensi (Associazione Progetto Firenze); Dmitrij Palagi, consigliere comunale (SPC). Tutte persone che fanno parte, insieme ad altre, del Gruppo Foucault.

    Lunedì 13 aprile, alle 12.30, è prevista una conferenza stampa della delegazione presso la Sala Macconi in Palazzo Vecchio.

    L’iniziativa è un modo per ribadire l’importanza di rilanciare la necessità di un rapporto tra carcere e città, nell’ottima dell’impegno ribadito in questi due anni, fuori e dentro Palazzo Vecchio.

  • Giustizia riparativa: una nota del Gruppo Foucault

    “Rilanciamo la riflessione pubblica proposta dalla realtà cittadina di cui facciamo parte”


    Sinistra Progetto Comune

    Dichiarazione del Gruppo Foucault* sulla giustizia riparativa, a cui partecipa anche il gruppo consiliare di Palazzo Vecchio.

    «Questa dichiarazione rappresenta la prima uscita pubblica del Gruppo Foucault. Abbiamo scelto di intervenire sul tema della giustizia riparativa perché lo consideriamo uno dei passaggi più importanti — e più delicati — delle recenti trasformazioni del sistema penale.

    Abbiamo letto con attenzione le dichiarazioni dell’assessore al welfare del Comune di Firenze, Nicola Paulesu, sull’avvio del Centro per la giustizia riparativa e sull’intenzione dell’Amministrazione comunale di promuovere, insieme alle università toscane di Pisa, Firenze e Siena, un percorso formativo biennale destinato ai mediatori. Prendiamo atto con interesse dell’impegno dichiarato nel voler dare attuazione a uno strumento che il nostro ordinamento ha ormai riconosciuto come parte integrante delle politiche della giustizia.

    La giustizia riparativa, infatti, non è più soltanto un orizzonte culturale o una pratica sperimentale. Con la riforma della giustizia penale degli ultimi anni è stata formalmente inserita nel sistema processuale e penitenziario come una possibilità offerta alle parti, fondata sul coinvolgimento volontario della vittima e dell’autore del reato, mediato da figure terze e qualificate. In questo senso rappresenta un passaggio importante: non sostituisce il processo penale, ma lo affianca, aprendo uno spazio di responsabilizzazione, di riconoscimento del danno e, quando possibile, di ricomposizione della frattura sociale generata dal reato.

    Proprio per la delicatezza e la complessità di questo paradigma, tuttavia, la sua attuazione richiede condizioni molto precise: chiarezza istituzionale, trasparenza organizzativa, professionalità solide e un forte investimento culturale. Da questo punto di vista, le informazioni finora disponibili sull’avvio del Centro fiorentino appaiono ancora piuttosto generiche. Non è chiaro, ad esempio, quali saranno i tempi effettivi di apertura, dove di preciso sarà collocata la struttura e quali saranno le modalità operative della fase iniziale.

    La formazione universitaria rappresenta certamente un elemento positivo e necessario. Allo stesso tempo, sarebbe utile conoscere con maggiore precisione come verrà organizzata la fase di avvio delle attività e quali criteri guideranno la selezione e l’impiego delle figure chiamate a operare nel Centro. La mediazione penale richiede infatti competenze specifiche, esperienza nella gestione dei conflitti e una relazione stabile con il sistema della giustizia e con il territorio.

    Considerato inoltre che l’avvio delle attività, anche per ragioni numeriche e organizzative, avrà inevitabilmente un carattere sperimentale, riteniamo importante che fin dall’inizio sia previsto un sistema pubblico di monitoraggio delle attività del Centro e dei casi trattati, basato su criteri chiari e verificabili. Un simile strumento permetterebbe non solo di valutare nel tempo l’efficacia delle pratiche di giustizia riparativa, ma anche di correggere eventuali criticità e di rafforzarne la credibilità istituzionale anche in vista di un’auspicabile estensione del servizio con altri centri che rendano progressivamente effettivo il diritto ad attivare percorsi di giustizia riparativa.

    Accanto alla costruzione delle strutture, sarà inoltre necessario un grande lavoro culturale. La giustizia riparativa non si afferma per decreto: richiede che gli operatori del diritto, le istituzioni e la comunità comprendano davvero il senso e i limiti di questo strumento, evitando sia gli entusiasmi superficiali sia le diffidenze pregiudiziali.

    Proprio per questo il Gruppo Foucault ritiene utile aprire in città un confronto pubblico su questi temi. La giustizia riparativa può rappresentare una risorsa importante per il sistema penale e per la società, ma solo se costruita con rigore, trasparenza e responsabilità. Firenze può essere un luogo adatto per avviare questo percorso, a condizione che il dibattito resti aperto e che le scelte istituzionali siano accompagnate da un reale coinvolgimento della comunità giuridica e civile.»

    (* Il Gruppo Foucault è un “collettivo aperto” sui problemi del carcere e della giustizia. Una formula che esclude, concettualmente, l’idea di un coordinamento: nel Gruppo non si partecipa per rappresentare associazioni o sigle, ma per condividere — per un periodo breve o lungo — un percorso di mobilitazione su obiettivi precisi e circoscritti, discussi e decisi insieme. Solo su questi obiettivi, senza la pretesa di fare altro, e sulla base di una visione comune capace di tenere insieme le differenze).

  • Carcere e città: nasce il Gruppo Foucault

    “Uno spazio a disposizione del territorio, per azioni concrete che possano superare la polarizzazione tra dispositivi securitari e posizioni esclusivamente morali”


    Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune
    Giulia Marmo – Sinistra Progetto Comune Quartiere 4
    Massimo Lensi – Associazione Progetto Firenze

    All’interno delle aree tematiche di Sinistra Progetto Comune, e nell’ormai consolidata collaborazione su questa questione con l’Associazione Progetto Firenze, nasce il Gruppo Foucault, un collettivo composto da persone e realtà con lunga esperienza nel campo delle politiche penitenziarie. Il Gruppo intende occuparsi in modo continuativo dei problemi del carcere a Firenze, a partire da Sollicciano e senza dimenticare gli altri due istituti cittadini, il Gozzini e il Meucci. L’obiettivo non è alimentare dibattiti astratti o polarizzazioni sterili – come quelle, ormai asfittiche, su demolizione o ricostruzione di Sollicciano – ma proporre concretezza, pratiche e soluzioni verificabili.

    Il contesto attuale alimenta l’illusione che la crisi della giustizia possa essere governata rafforzando due modelli già falliti: da un lato un giustizialismo securitario sempre più aggressivo, dall’altro un “buonismo” retorico privo di strumenti materiali. Entrambi si muovono dentro una società segnata da diseguaglianze crescenti, disagio sociale diffuso, carenza cronica di personale nei servizi pubblici e progressiva contrazione della spesa sociale. Il risultato non è una maggiore tutela dei diritti, ma una loro erosione concreta, tanto per le persone detenute quanto per chi è sottoposto a misure alternative.

    In questo quadro, la relazione tra carcere e città non può ridursi al solo ruolo delle associazioni all’interno degli istituti. Serve una strategia pubblica che coinvolga amministrazioni, sanità, servizi sociali, magistratura di sorveglianza e terzo settore, rendendo effettivi diritti già formalmente riconosciuti. Senza questa dimensione materiale, il carcere resta un luogo separato e opaco, funzionale alla gestione della marginalità più che alla sua trasformazione.

    Il Gruppo Foucault intende quindi lavorare su un primo nucleo di azioni:

    • Ricognizione delle condizioni materiali negli istituti e delle criticità nell’accesso alle misure alternative;
    • Intervento attraverso canali stabili di relazione con direzioni, servizi e enti locali;
    • Attivazione delle competenze già presenti sul territorio, evitando frammentazioni;
    • Comunicazione pubblica per contrastare narrazioni esclusivamente securitarie;
    • Pressione istituzionale mirata e continuativa per rendere esigibili i diritti.

    Piccoli passi, ma concreti e misurabili. Perché è nel lavoro quotidiano – e non nelle scorciatoie ideologiche o negli slogan – che si costruisce un’alternativa reale alle politiche penali dominanti e si riporta il tema carcere dentro una dimensione politica e costituzionale.

    Per il 20 febbraio è stata prevista un’assemblea pubblica, di cui nei prossimi giorni daremo i dettagli.