Il Gruppo Foucault è un collettivo aperto nato all’interno delle aree tematiche di Sinistra Progetto Comune, in collaborazione con l’associazione Progetto Firenze, composto da persone e realtà con una lunga esperienza nel campo delle politiche penitenziarie. Il Gruppo intende occuparsi in modo continuativo delle criticità del sistema carcerario cittadino, a partire da Sollicciano, senza trascurare gli altri due istituti fiorentini, il Gozzini e il Meucci.
L’obiettivo è sottrarsi a dibattiti astratti o polarizzazioni ormai sterili — come quelle, sempre più asfittiche, sulla demolizione o ricostruzione di Sollicciano — per concentrarsi su interventi concreti, pratiche operative e soluzioni verificabili.
«Collettivo aperto» è una formula che esclude, concettualmente, l’idea di un coordinamento: nel Gruppo non si partecipa per rappresentare associazioni o sigle, ma per condividere — per un periodo breve o lungo — un percorso di mobilitazione su obiettivi precisi e circoscritti, discussi e decisi insieme. Solo su questi obiettivi, senza la pretesa di fare altro, e sulla base di una visione comune capace di tenere insieme le differenze.
Alle visite negli istituti penitenziari di Firenze hanno partecipato Emanuele Baciocchi, Antonella Bundu, Roberta Destrero, Grazia Galli, Massimo Lensi, Francesca Lupo, Giulia Marmo, Sara Nocentini, Dmitrij Palagi e Peter Wood. L’elenco non esaurisce la composizione né l’ambito della militanza attiva nel Gruppo.

Il Manifesto del Gruppo Foucault
Il carcere, così come oggi è pensato e praticato, rappresenta uno dei luoghi in cui più chiaramente emerge la crisi dell’idea contemporanea di giustizia. Le politiche penitenziarie dominanti continuano a muoversi entro paradigmi che si dichiarano alternativi, ma che nella realtà si sostengono a vicenda: la pena come retribuzione del male e la pena come rieducazione forzata. Entrambi questi modelli hanno mostrato il loro fallimento: il primo perché riduce la giustizia a una compensazione simbolica della sofferenza; il secondo perché pretende di “correggere” le persone senza interrogarsi sulle condizioni materiali, sociali e biografiche che precedono il reato.
La pena, in questo assetto, smette di essere uno strumento di responsabilizzazione e diventa una pratica di neutralizzazione. La punizione assume una funzione prevalentemente rassicurante per la società esterna: conferma un ordine morale e produce distanza, rendendo accettabile l’indifferenza. Il carcere non è più orientato al futuro. Rimane inchiodato a un passato che non passa.
Occorre spostare radicalmente lo sguardo. Ripensare la pena non significa negare la responsabilità. Significa sottrarla alla finzione di una responsabilità “pura”, astratta dalle condizioni di partenza. Nessuno entra nel sistema penale partendo dallo stesso punto: le diseguaglianze, le vulnerabilità, le fragilità psichiche e sociali non sono eccezioni. Sono, a tutti gli effetti della punizione, dati strutturali. Ignorarli significa costruire pene formalmente legittime e sostanzialmente cieche, destinate a produrre recidiva e ulteriore esclusione.
Le pene alternative e la giustizia riparativa non rappresentano un’attenuazione della risposta penale, possono e devono essere considerate un suo ripensamento profondo. Spostano il baricentro dalla sofferenza inflitta alla responsabilità assunta; dalla segregazione alla relazione; dalla colpa come marchio alla riparazione come processo. Una giustizia che ripara non rimuove il conflitto: lo rende dicibile, attraversabile e trasformabile. Non si limita a punire un fatto: prova a ricostruire legami, a riconoscere danni e a riaprire possibilità.
Questo cambio di paradigma non può essere calato dall’alto né affidato a riforme miracolistiche. Deve procedere per piccoli passi, concreti e verificabili, capaci di incidere nella realtà quotidiana dell’esecuzione penale. Firenze rappresenta un contesto unico: la presenza di tre istituti penitenziari profondamente diversi tra loro – l’IPM Meucci, il Gozzini e Sollicciano – consente di immaginare una politica integrata che tenga insieme politiche di comunità, custodia attenuata, salute mentale, misure alternative e territorio.
Qui può prendere forma una nuova relazione tra carcere e città. Non una relazione emergenziale o caritatevole, ma una responsabilità pubblica condivisa. Aprire il carcere alla città significa rendere visibile ciò che oggi è rimosso; portare dentro servizi, competenze e reti; costruire percorsi di uscita reali, non simbolici. Significa riconoscere che il carcere non è un corpo estraneo, è una parte della polis, e che la qualità della giustizia si misura anche – e forse soprattutto – da come tratta chi ha sbagliato.
Una politica penitenziaria dei piccoli passi non promette soluzioni definitive. Promette serietà, coerenza e coraggio. Promette di ridare senso alla pena, sottraendola alla vendetta e all’indifferenza, e restituendola al suo unico orizzonte legittimo: la dignità della persona e la sicurezza reale, non immaginaria, della comunità.
Soprattutto, questa politica apre la strada a un orizzonte nuovo: un carcere che non si limita a contenere, ma che produce legami; che non reprime, ma riconosce; che non separa, ma integra. Ogni intervento concreto – una misura alternativa, un percorso di responsabilizzazione, un sostegno alla salute mentale – diventa un mattone di un edificio più ampio: un carcere finalmente capace di connettersi con la città. Così, la giustizia non resta un principio astratto. Diventa esperienza viva: chi sbaglia incontra la possibilità di ricostruire, chi osserva impara la responsabilità condivisa, e la città cresce nella sua capacità di essere comunità.
Nei piccoli passi quotidiani si realizza la vera trasformazione: una pena che rigenera, una sicurezza che non umilia, una società che non rinuncia a sé stessa.
Le direzioni di lavoro
L’allegato al Manifesto individua una prima, essenziale lista di azioni su cui lavorare:
- Ricognizione: mappatura delle condizioni materiali negli istituti e delle criticità nell’accesso alle misure alternative e ai servizi territoriali.
- Intervento: costruzione di canali stabili di relazione con le direzioni, i servizi sociali, la sanità e gli enti locali.
- Attivazione: valorizzazione delle competenze esistenti nella rete associativa e professionale, evitando sovrapposizioni e frammentazioni.
- Comunicazione: lavoro pubblico sull’immagine del carcere, per contrastare narrazioni esclusivamente securitarie e allarmistiche.
- Pressione istituzionale: iniziative mirate e continue verso le istituzioni competenti, per rendere esigibili diritti già formalmente riconosciuti.
Piccole cose, concrete, ma necessarie. Perché è solo nel lavoro quotidiano, e non nelle scorciatoie ideologiche, che si misura la possibilità di costruire un’alternativa reale alle politiche penali dominanti.
Il Manifesto e il suo allegato completo sono nel Quaderno «Castigo e delitto», capitoli 2 e 3.

